Commento a Sentenza in materia di stalking

In tema di “stalking” (art. 612-bis c.p.) il concetto di “perdurante e grave stato di ansia o di paura” non fa riferimento ad uno stato patologico, addirittura clinicamente accertato, bensì a conseguenze sullo stato d’animo della persona offesa – quale il sentimento di esasperazione e di profonda prostrazione- concretamente accertabili e non transitorie, in quanto rappresentano la conseguenza di una vessazione continuata che abbia sostanzialmente comportato un mutamento nella condizione di normale stabilità psicologica del soggetto. (Trib. di Milano, sent. Del 17 aprile 2009).

Il reato di “stalking”- art. 612-bis c.p., inserito dal D.L. 23 febbraio 2009, conv. in L. 23aprile 2009, n. 38, ha natura abituale, e deve ritenersi commesso dopo l’entrata in vigore del D.L. medesimo qualora anche un solo atto di minaccia o molestia sia compiuto dopo quel momento e sempre che vi siano tutti gli elementi costitutivi previsti, anche grazie ad atti precedenti all’ultimo, ad essi legato da un vincolo di abitualità. Ne consegue che il nuovo reato, senza alcuna violazione del principio di irretroattività della legge penale, può applicarsi in relazione a condotte poste in essere reiteratamente in parte prima e in parte dopo la sua introduzione. (Trib. di Milano, sent. Del 17 aprile 2009).

Fonte: Il Corriere del Merito, 2009,6,639

Affermando i principi di cui alle massime sopra riportate il Tribunale del Riesame di Milano ha confermato un’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere nei confronti di un uomo indagato per il nuovo delitto di “Atti Persecutori(c.d. stalking), inserito nell’art. 612 bis dall’art. 7 del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv. in L. 23 aprile 2009, n. 38.
1. Come risulta dalla lettura della prima delle due massime, l’ordinanza annotata affronta anzitutto, in relazione al delitto di stalking, un problema di diritto internazionale che verosimilmente sarà destinato a presentarsi con frequenza: è configurabile il delitto in esame in relazione a fatti di minaccia e/o molestia posti in essere prima della sua introduzione e reiterati dopo quel momento?
Per la comprensione del problema occorre premettere, come fa l’ordinanza annotata, che lo stalking ha natura di reato abituale: dal testo del nuovo art. 612 bis c.p., che fa riferimento a “condotte reiterate” di minaccia o molestia produttive di determinate conseguenze in capo alla persona offesa, si evince infatti che il fatto penalmente rilevante ivi descritto esige la ripetizione di una serie di condotte, con la conseguenza che un singolo atto del tipo di quelli descritti dalla norma incriminatrice (una singola minaccia o molestia) non integrava la nuova figura di reato.
Orbene quid iuris nel caso in cui una parte delle condotte di “stalking” sia stata posta in essere prima dell’introduzione del nuovo reato? Attribuire rilievo a quella parte di condotte, in sede di accertamento della sussistenza del requisito dell’abitualità del reato, è lecito o vìola il principio di irretroattività delle leggi penali sfavorevoli all’agente? Il problema si pone, a ben vedere, solo rispetto alle ipotesi in cui una parte delle condotte di stalking sia realizzata dopo l’entrata in vigore del D.L. n. 11/2009 e quella parte di condotte, di per sé, non sia sufficiente ad integrare il requisito dell’abitualità del reato.

Nel caso affrontato dal Tribunale di Milano sono venute in rilievo più condotte di minaccia e molestia, ripetute nel tempo tra la fine del 2007 e l’aprile del 2009. Di queste, però, solo due (le ultime prima dell’arresto), sono state realizzate dopo l’introduzione della nuova norma incriminatrice. Secondo il Tribunale, queste due condotte costituiscono” una protezione nel tempo di comportamenti già realizzati , ad essi collegati in tema di abitualità”: sono, cioè “l’ultimo anello di una catena di comportamenti continuativi”. Applicare la nuova norma incriminatrice, prosegue l’ordinanza annotata affermando il principio di cui alla prima massima sopra riportata, non comporta alcuna violazione del principio irretroattività della legge penale perché, attesa la natura abituale del reato di stalking, esso “deve ritenersi commesso nel suo complesso

dopo l’entrata in vigore del D.L. n. 11/2009 se anche un solo atto è compiuto dopo quel momento e sempre che vi siano tutti gli elementi costitutivi previsti, anche grazie ad atti precedenti con l’ultimo legato da un vincolo di abitualità e di volontà

”; sempre che, in altri termini, si possa dire che quell’atto, anche grazie a quelli antecedentemente compiuti, abbia cagionato nella vittima “un perdurante e grave stato di ansia o di paura” ovvero abbia ingenerato “un fondato timore per l’incolumità propria o di altri”, ovvero, ancora, abbia costretto la vittima stessa “ad alterare le proprie abitudini di vita”.
La soluzione del Tribunale sembra coerente con l’insegnamento secondo cui, nel reato abituale, la legge del tempo del commesso reato è la legge in vigore nel momento in cui è stato commesso anche l’ultimo degli atti che integrano il fatto costitutivo del reato abituale. Rimane però il dubbio di una violazione del principio di irretroattività. L’art. 612 bis c.p. richiede infatti la reiterazione del reato in esame.
Attribuire rilievo ad atti compiuti in precedenza sembra confliggere con il principio di irretroattività.

2. Con il diverso principio affermato nella seconda delle massime sopra riportate, il Tribunale si sofferma poi sull’interpretazione del concetto di “perdurante e grave stato di ansia o di paura”, che compare nel testo dell’art. 612-bis c.p. e rappresenta uno degli eventi previsti “in forma alternativa” dalla norma incriminatrice in esame come conseguenza delle reiterate minacce e molestie. Con quel concetto, secondo il Tribunale, il legislatore non avrebbe inteso riferirsi “ad uno stato patologico, addirittura clinicamente accertato”. Avrebbe invece fatto riferimento “a conseguenze sullo stato d’animo della parte offesa che siano concretamente accertabili e che non siano transitorie, posto che rappresentano la conseguenza di una vessazione continuata, che abbia sostanzialmente comportato un mutamento nella condizione di normale stabilità psicologica di un soggetto”. Tale condizione, prosegue l’ordinanza annotata, “risulta vividamente descritta dalla P.G., che non solo nel verbale di arresto (nel quale si dà atto dello stato della donna in occasione dell’ultima situazione denunciata) ma anche nelle precedenti notizie di reato, che attestano una esasperazione ed uno stato di profonda prostrazione che, tra l’altro, trapela anche dalle dichiarazioni della psicologa che segue la M. e la figlia”.

Potrebbero interessarti anche...