Addebito nella separazione

La domanda di addebito è divenuta la regola nei procedimenti per separazione giudiziale dei coniugi.

La giurisprudenza mostra un atteggiamento prudente che trova una giustificazione nelle conseguenze che la pronuncia di addebito produce nei rapporti patrimoniali fra i coniugi conseguenti alla separazione . Difatti, se l’addebito è pronunciato a carico del coniuge più debole ciò comporta la perdita del diritto a ricevere un assegno di mantenimento non essendo prevista alcuna possibilità per il giudice di graduare la sanzione in relazione alla gravità della colpa.

Tale istituto suscita notevoli perplessità anche sul piano dell’equità, in quanto le conseguenze sanzionatorie sono rilevanti solo se la violazione dei doveri che derivano dal matrimonio è stata commessa dal coniuge debole economicamente, mentre sono sostanzialmente inesistenti se l’addebito è pronunciato a carico del coniuge più forte, posto che la relativa pronuncia non implica la determinazione di un assegno di mantenimento più elevato a suo carico.

Il legislatore dispone, ai sensi dell’art. 151, comma 2, c.c., che il giudice, pronunciando la separazione, dichiari, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi essa sia addebitabile, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri derivanti dal matrimonio.

L’istituto della separazione personale dei coniugi è stato così modificato dalla riforma del diritto di famiglia del 1975; nella formulazione originaria, il legislatore ammetteva la separazione solo per cause tassative: adulterio, volontario abbandono, eccessi, sevizie, minacce o ingiurie gravi, condanna penale superiore ai cinque anni, mancata fissazione della residenza ad opera del marito. È stato così sostituto al presupposto della colpa, il presupposto oggettivo dell’intollerabilità della convivenza e del grave pregiudizio all’educazione della prole.

La nuova normativa non prevede alcuna tipizzazione di condotte violative di tali doveri, ma spetta al giudice, caso per caso, accertare la ricorrenza di comportamenti rilevanti.

Pertanto l’addebito va considerato

solo come una modalità accessoria e meramente eventuale rispetto alla separazione giudiziale ex art. 151, comma primo c.c., che incide sulle conseguenze patrimoniali ma non costituisce una sanzione per il coniuge responsabile della condotta lesiva.

Illuminante una pronuncia della Corte di Cassazione, che ha così spiegato: “ In tema di separazione personale dei coniugi, la riforma del 1975 ha profondamente innovato la previgente disciplina, eliminando la concezione della sanzione basata sulla colpa ed introducendo il concetto di rimedio ad una situazione di intollerabilità della convivenza o di grave pregiudizio all’educazione della prole, anche indipendentemente della volontà dei coniugi. Conseguentemente l’art. 151 c.c. costruisce un modello unitario di separazione, fondato sull’accertamento di presupposti oggettivi, rappresentati dalla sussistenza di fatti tali da integrare la suddetta situazione, rispetto al quale l’addebitabilità ad uno o ad entrambi i coniugi si pone come dichiarazione eventuale, da pronunciare nel contesto della separazione, ove ne ricorrano le circostanze”(Cass. Civ. 17.7.1997, n. 6566).

Dalla lettura della disposizione di cui all’art. 151 c.c., è chiaro che l’addebito sia riconducibile alla violazione dei doveri coniugali ex art 143 c.c., anche se la dottrina e la giurisprudenza dominante ritengono che sia riconducibile anche alla violazione dei doveri nei confronti dei figli ai sensi dell’art. 147 c.c..

Si ritiene, che l’indagine sull’intollerabilità della convivenza debba essere svolta dal giudice sulla base di una valutazione globale e sulla comparizione dei comportamenti di entrambi i coniugi , non potendo la condotta dell’uno essere giudicata senza un suo raffronto con quella dell’altra, in modo da verificare l’effettiva incidenza delle violazioni degli obblighi coniugali nel determinarsi della situazione di intollerabilità della convivenza.

Il giudice deve, quindi, verificare in modo rigoroso se alla violazione di doveri coniugali possa essere attribuita efficacia causale nella crisi del rapporto coniugale o se essa sia invece intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza.

Sono certamente irrilevanti i comportamenti successivi al verificarsi della situazione di intollerabilità ovvero tenuti nelle more del giudizio di separazione.

La Cassazione è quindi ferma nel richiedere una prova rigorosa del nesso causale esistente fra violazione dei doveri coniugali e la intollerabilità sopravvenuta della convivenza.

Cosicché il coniuge che voglia imputare all’altro il fallimento del matrimonio dovrà allegare e provare i fatti che si pongono in contrasto con i doveri che discendono dal matrimonio ma anche l’efficacia causale di tali fatti sulla disgregazione dell’unione fra coniugi.

In caso di mancato raggiungimento della prova deve essere pronunciata la separazione senza addebito.

Il legislatore non mira a colpevolizzare il coniuge autore della condotta illecita quanto a tutelare il coniuge danneggiato.

 

Potrebbero interessarti anche...