Responsabilità Medica

Premessa
Le attività professionali, normalmente, richiedono obbligazioni di mezzi, mentre le attività non di professionisti, quindi non intellettuali, obbligazioni di risultato.
Questa distinzione è stata attualmente superata in virtù dell’insorgere di un orientamento giurisprudenziale, a partire dalla sentenza della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, n. 3533, che non riporta alcuna distinzione tra attività professionale e non professionale.
A tal proposito risulta importante fare espresso riferimento ad una recente pronuncia della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, n. 15781 del 2005, la quale, in un caso concreto che riguardava un ingegnere, direttore dei lavori, quindi non specificamente un medico, statuiva che la responsabilità dell’l’ingegnere, che era al contempo sia progettista che direttore dei lavori per la costruzione di un edificio, non doveva assolutamente essere definita sulla base della orami antica e non corretta, distinzione tra obbligazioni di mezzi e obbligazioni di risultato, con la conseguente inapplicabilità dell’art. 2226 del codice civile all’ingegnere, direttore e progettista, il quale veniva considerato come un ausiliario del committente, lavorava per il committente, era un dipendente del committente.

Responsabilità Medica
Per quanto concerne, nello specifico, il tema della responsabilità medica è recentemente intervenuta una sentenza della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, n. 577 del 2008.
In realtà, comunque, già dal 2001 in poi, anche con riferimento al medico, sussisteva una quasi univocità di vedute sul punto, anche da parte delle Sezioni Semplici della Corte di Cassazione.
Partiamo dalla considerazione che tra medico e paziente sussiste un rapporto contrattuale, quindi siamo nell’ambito della responsabilità derivante da contratto, non da fatto illecito, poiché c’è un motivo, di tipo ontologico: il paziente che si rivolge al medico (pubblico o privato) instaura un “contatto sociale”.
Il fatto che il paziente si rivolga al medico rappresenta, pertanto, una circostanza sufficiente per ottenere, innanzi tutto una diagnosi tale da far sì che il suddetto contatto sorga (ragione logica).
Possiamo, però, individuare anche una ragione giuridica, specificamente tecnico-giuridica, che appare utile ad agevolare la suddetta problematica: trattasi dell’onere della prova, il quale incombe sul medico-debitore; quest’ultimo dovrà dimostrare che non vi è stato un inesatto adempimento, mentre se noi inquadrassimo il tema della responsabilità da fatto illecito ciò che si verificherebbe automaticamente sarebbe l’inversione dell’onere della prova, dovendo essere a questo punto il danneggiato a dover dimostrare il danno in giudizio.
Nell’ambito delle obbligazioni contrattuali sussiste un regime di responsabilità molto più articolato del creditore rispetto a quello della responsabilità da fatto illecito.
Approfondiamo l’argomento: la sintesi che possiamo ritrovare nella massima a SS.UU. del 2008 della Corte di Cassazione è la seguente: il paziente danneggiato, il quale sarà attore nel giudizio per risarcimento del danno, dovrà provare l’esistenza del titolo, cioè, in questo caso, il contatto sociale con il medico, e poi, il paziente dovrà provare anche che c’è stato un aggravamento delle sue condizioni psico-fisiche, oppure che c’è stata una alterazione delle sue condizioni di salute precedenti e, infine, dovrà soltanto allegare l’inesatto adempimento della prestazione medica.
La prova del paziente sembra abbastanza difficile: proprio per sopperire a questo problema vi è la possibilità di richiedere la Consulenza Tecnica: il Giudice chiederà ad un CTU, un medico, di verificare, in base agli elementi prodotti dal paziente, se c’è stato o meno un effettivo peggioramento o una alterazione delle condizioni . Di contro, il medico convenuto in giudizio, dovrà dimostrare di aver esattamente adempiuto, oppure di non aver potuto adempiere esattamente a causa di una impossibilità oggettiva, o ancora che il suo inesatto adempimento non è stato eziologicamente rilevante, che non è stato la causa della lesione, del peggioramento, lamentati dall’attore-paziente.

Struttura Sanitaria Ospedaliera
La struttura sanitaria è legata da un contratto atipico con il paziente, quindi, in quanto tale, non solo il medico è legato al paziente ma anche la struttura ospedaliera. Questo contratto atipico viene definito della giurisprudenza Contratto di Assistenza o di Spedalità.
Quali sono i contenuti della prestazione della struttura ospedaliera? Da quando comincia a sorgere il rapporto contrattuale?
Il momento in cui sorge l’obbligazione è certamente quello dell’accettazione nell’ambito della struttura (prima visita, fase diagnostica o vero e proprio ricovero, fase terapeutica).
I contenuti sono i più vari; innanzi tutto c’è il dovere di mettere a disposizione del paziente il personale medico, infermieristico, che lo assiste: trattasi di obblighi della struttura quali l’alloggio, il vitto, l’assistenza in senso lato. In certi casi può verificarsi che il danno lamentato dal paziente sia ascrivibile autonomamente ad un inadempimento della struttura ospedaliera, come, ad esempio, nel caso in cui la struttura non assuma abbastanza infermieri.

Ciò che ci interessa in particolare, però, è il fatto che la struttura ospedaliera è sempre ritenuta responsabile in solido con il medico che vi opera, in base all’art. 1228 del codice civile, nei confronti del paziente.

Dovere di Informazione.
Uno degli aspetti fondamentali della tematica della responsabilità medica è quello del dovere di informazione del medico nei confronti del paziente, o meglio, del dovere di previa informazione del medico nei riguardi del paziente.
Ma “previa” rispetto a quale fase? Alla fase dell’intervento chirurgico, di cura.
Quando sorge tecnicamente questo dovere di informazione? Sorge nel momento in cui il paziente ha già contattato il medico, attraverso il “contatto sociale”, quando si è già attivata la fase diagnostica conseguente al “contatto sociale”: “contatto sociale”-“fase diagnostica”-“obbligo di informazione del medico”- “obbligazione di carattere contrattuale”.
Tanto viene specificato poiché in passato taluno aveva avanzato l’ipotesi che si potesse trattare di una obbligazione pre-contrattuale, quindi di una responsabilità pre-contrattuale del medico che non avesse rispettato l’obbligo di informazione: così non è perché qui il “contatto sociale” tra medico e paziente si è già realizzato.
In cosa consiste tecnicamente l’obbligo di informazione? Specialmente negli ultimi tempi la giurisprudenza ha dilatato, attraverso sentenze ed orientamenti giurisprudenziali, il contenuto di quest’obbligo di informazione. Il sanitario deve, appunto, portare a conoscenza del paziente tutte le prevedibili conseguenze del trattamento medico sul paziente stesso. Questo vuol dire anche che, sebbene il trattamento medico (es. intervento chirurgico) sia stato eseguito correttamente, anche se si è verificato l’adempimento esatto della prestazione, tuttavia il paziente potrebbe comunque chiedere il risarcimento del danno per violazione dell’obbligo di informazione, quando dal trattamento ricavi comunque una alterazione o un peggioramento. Può anche esservi, in ipotesi, che il medico provi in giudizio di aver eseguito correttamente la prestazione ma è comunque derivata una alterazione o un peggioramento della patologia: se il paziente riesce a dimostrare che il medico, nella fase iniziale, diagnostica, non aveva informato adeguatamente di tutti i possibili rischi derivanti da quella prestazione (es. intervento), anche se eseguito correttamente, il medico potrà essere tenuto al risarcimento.
La violazione dell’obbligo di informazione costituisce, quindi, una possibile violazione autonoma rispetto all’obbligazione professionale, di cura, del medico.
Quali sono i fondamenti normativi dell’obbligo di informazione? La Corte di Cassazione li rinviene, in particolare, in due articoli della Costituzione, i quali valorizzano il principio personalistico: l’art. 32 in materia di tutela del diritto alla salute e l’art. 13 in materia di inviolabilità della libertà personale (emblematico il caso Englaro).
Su questo ultimo punto possiamo individuare la sentenza della Corte di Cassazione n. 21748 del 2007 in cui si afferma il principio per cui la salute deve considerarsi come benessere complessivo e psico-fisico di un soggetto, che può anche tradursi nel rifiuto alle cure. Il soggetto deve poter scegliere, attraverso le necessarie informazioni, in virtù della basilare tutela della dignità umana.

Responsabilità del Prestatore d’Opera.
Un altro profilo di analisi è quello che riguarda la possibilità per il sanitario, di richiamare in causa l’art. 2236 del codice civile, in materia di prestazione professionale di particolare difficoltà: se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde per i danni conseguenti, salvi i casi di dolo o colpa grave.
La suddetta disposizione viene frequentemente richiamata dal convenuto, il medico in genere, ma non a proposito, in realtà.
Cosa si intende per interventi di speciale difficoltà tecnica? Si tratta di interventi, di prestazioni professionali che riguardano specifici profili in cui le regole tecniche vengono dettagliate, delineate, interventi che implicano una specifica conoscenza professionale che non tutti i professionisti possono avere: non è sufficiente agire con la così detta diligenza del buon padre di famiglia, del professionista medio, ma occorrono la diligenza e la perizia del professionista particolarmente qualificato.
Dal punto di vista soggettivo, della colpa o del dolo, anche se nell’ambito civilistico si preferisce parlare di inadempimento più che di imputabilità, qualora il medico riesca a provare in giudizio, in quanto l’onere probatorio grava su di lui, che quell’intervento era di speciale difficoltà tecnica, allora potrebbe sfuggire ed essere esentato dal rimprovero di responsabilità per inadempimento, qualora, tuttavia, la colpa sia lieve.
Pertanto, in alcuni casi, in realtà di difficile applicazione qualora ci sia stato sì un adempimento non corretto ma si riesca a dimostrare che l’intervento si presentava di particolare difficoltà, il medico potrebbe andare esente da responsabilità, sempre che si permanga nell’ambito della negligenza, imprudenza o imperizia lievi.
Di contro, qualora sussista la volontarietà (dolo) o la grave imperizia, imprudenza o negligenza (colpa grave), allora comunque il medico risponderà anche per gli interventi di speciale difficoltà.

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