Obbligazione o Donazione

Tizio e Caia hanno convissuto nella casa di Tizio, a Genova, dal gennaio 2000 al febbraio 2010. Durante la suddetta, lunga convivenza, Tizio sosteneva le spese necessarie alla vita della coppia. Frequentemente, Tizio, soprattutto in occasione di compleanni o di altre ricorrenze, regalava a Caia preziosi gioielli, di grande valore. Nel giugno 2001 Tizio vendeva a Caia, per scrittura privata, l’usufrutto dell’abitazione nella quale convivevano, ad un prezzo inferiore rispetto a quello normalmente praticato sul mercato. Cessata la convivenza Tizio vuole recuperare parte delle spese sostenute durante la stessa, i gioiella, nonché la disponibilità della casa.
Diritto

Nel Codice Civile, il concetto di liberalità non coincide strettamente con quello specifico di donazione, caratterizzata da due profili fondamentali, soggettivo (spirito di liberalità) e oggettivo (arricchimento di una parte ad opera dell’altra), ma viene espressamente o implicitamente riferito a diverse tipologie di atti, all’interno dei quali rileviamo la stessa donazione ex art. 769 c.c. ma anche la donazione remuneratoria, ex art. 770 I comma, le liberalità che non costituiscono donazione, fatta in conformità agli usi, le donazioni indirette, ecc. Il caso che ci interessa nello specifico, presenta diverse problematiche, relativamente alle quali è necessaria una puntuale analisi, a partire dalla scomposizione della diversa fattispecie esaminanda. Innanzi tutto, relativamente alla prima questione, con riguardo alle spese sostenute da Tizio, in costanza della convivenza, si rileva come non si possa configurare una donazione, né , tantomeno una liberalità. Nelle attribuzioni patrimoniali fatte dall’uomo alla donna, con lui convivente “more uxorio”, all’atto della cessazione della relazione, può ravvisarsi l’adempimento di una obbligazione naturale non una donazione (Cass. Civ. n. 60 rv.v337896). Versando, quindi, nel campo delle obbligazioni naturali, le pretese di Tizio, per il caso in questione, non si ritiene possano essere accolte, in quanto è costantemente statuita l’irripetibilità delle obbligazioni naturali suddette (art. 2034 c.c.). Una convivenza more uxorio, sia pure prolungata, come nel caso in esame, non è idonea a produrre tra le parti diritti particolarmente significativi, né comporta, in caso di interruzione, una qualsiasi giuridica responsabilità, in quanto essa sorge, si svolge e cessa, con i connotati di una permanente ed illimitata libertà reciproca, ed è soltanto questa che, come estrinsecazione della persona, acquista rilevanza nel mondo del diritto, restando, ogni altra implicazione, affidata al campo dei doveri morali e sociali (Cass. Civ., Sez. III, n. 7064 del 2006). Per quanto, poi, interessa l’ulteriore problematica delle elargizioni effettuate da Tizio, soprattutto in occasione di compleanni o di altre ricorrenze, aventi ad oggetto preziosi gioielli, di grande valore, a favore di Caia, sebbene non versiamo nel campo specifico delle donazioni, si rileva comunque la sussistenza di una liberalità d’uso, disciplinata, seppure succintamente, dall’art. 770, II comma, del codice civile. Il suddetto articolo, escludendo dal novero delle donazioni le liberalità d’uso, prescinde dalla natura e dalla qualità del loro oggetto, ma esige soltanto che esse siano conformi al costume vigente, tenuto conto delle potenzialità economiche e delle condizioni sociali di chi le pone in essere. Nell’ipotesi di specie, il valore rilevante della cosa donata, nonostante le condizioni economiche di Tizio, ci induce ad escludere la sussistenza della donazione di modico valore e dell’intera disciplina che ne conseguirebbe, portandoci invece a sostenere la prevalenza di una modalità, tipica delle liberalità d’uso, secondo la previsione dell’art. 770, II comma, c.c. Secondo la previsione dell’art. 770, II comma, c.c. (liberalità che non costituisce donazione e si sottrae alla forma scritta), sussiste tale ipotesi quando l’elargizione si uniforma, anche sotto il profilo della proporzionalità con determinate condizioni economiche, agli usi e ai costumi propri di una determinata occasione, da vagliare anche alla stregua dei rapporti fra le parti e della loro posizione sociale (nella specie, trattavasi di anelli dal valore di oltre 100 milioni, dati in occasione di un fidanzamento ufficiale, ed il giudice del merito aveva ravvisato la liberalità d’uso). La Suprema Corte, alla stregua del principio di cui sopra, ha ritenuto corretta la statuizione (Cass. Civ., n. 6720 del 1988). Anche per l’ipotesi di specie, quindi, le pretese di Tizio si ritiene non possano essere avallate, non ravvisandosi le norme applicabili per la donazione ma trovando comunque spazio la disciplina tipica, dettata per le liberalità d’uso. Un ultimo profilo di analisi è quello relativo alla pretesa di Tizio di ottenere la disponibilità della casa, venduta a Caia nel 2001, con scrittura privata, ad un prezzo inferiore rispetto a quello normalmente praticato sul mercato. L’art. 809 del codice civile disciplina una serie di atti, diversi dalla donazione contrattuale, molti dei quali risultano enucleati tipicamente da autonome disposizioni, che posso servire per conseguire, in via mediata, effetti economici equivalenti a quelli previsti dal contratto di donazione: donazioni indirette. Lo scopo della suddetta categoria è puramente pratico, quello di applicare a codesti istituti, attesa l’identità dell’effetto economico, una parte, almeno, delle norme dettate per la donazione. Nell’ambito di questa categoria viene fatta rientrare anche la donazione mista, o “negotium mixtum cum donatione”: si tratta di una fattispecie che presenta, accanto ai caratteri della donazione, anche quelli di un negozio oneroso. Nel caso specifico della questione analizzata, la donazione mista può rientrare a pieno titolo a risolvere il problema della vendita dell’usufrutto del bene immobile a Caia. In primo luogo la donazione mista non è soggetta alla forma solenne, prevista espressamente per la donazione; essa consiste, inoltre, nell’elargizione di una liberalità, mediante un negozio oneroso che produce, in concomitanza con l’effetto diretto che gli è proprio, ed il collegamento con altro negozio, l’arricchimento “animo donandi” del destinatario della liberalità medesima (Cass. Civ., n. 4680 del 1998). Nell’ambito delle liberalità risultanti da atti diversi da quelle previste dall’art. 769 c.c., con riguardo specifico alla compravendita ad un prezzo di favore, integrante donazione mista, l’atto di liberalità indiretta e, correlativamente, l’arricchimento del beneficiario, sono configurabili limitatamente alla differenza tra il valore di mercato del bene ed il suddetto prezzo. Ne consegue, in caso di revocazione della liberalità, che solo quella differenza deve essere, dunque, restituita al venditore (Cass. Civ., n. 11499 del 1992). Le liberalità risultanti, infatti, da atti diversi rispetto a quelli previsti dall’art. 769 c.c., sono soggette al regime delle donazioni limitatamente alla disciplina della revocazione (art. 800 c.c.) ed a quella di riduzione per reintegrazione della quota dei legittimari (art. 555 c.c.), sottraendosi al regime formale dell’atto pubblico (Cass. Civ., n. 6416 del 1988). In conclusione, quindi, la pretesa di Tizio, relativamente alla restituzione dell’usufrutto del bene immobile, potrebbe essere suscettibile di valutazione in vista della configurabilità o meno, per l’ipotesi di specie, dei requisiti della revocazione, ex art. 800 c.c. In assenza di quanto sopra asserito, neppure questa pretesa appare suscettibile, pertanto, di trovare accoglimento, trovando applicazione alcune regole, tipiche della liberalità, anche se, in maniera parziale ad alcune regole, tipiche della donazione, anch’essa in modo parziale.

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